C’erano circa 450 persone domenica 18 agosto a Pieve Tesino, paese natale di Alcide De Gasperi, per la XVI edizione della “Lectio degasperiana”, l’evento pubblico che la Fondazione ha organizzato per onorare la memoria dello statista trentino nel sessantacinquesimo anniversario della sua morte.

Dopo quindici edizioni “tradizionali” questa volta è stata adottata una formula diversa, dando voce direttamente al protagonista attraverso importanti lettere inedite interpretate dall’attore Andrea Castelli e presentate da Giuseppe Tognon, presidente della Fondazione e dell’Edizione nazionale dell’Epistolario degasperiano. Un progetto quest’ultimo avviato nel 2016 con l’obiettivo di raccogliere e rendere disponibile online la corrispondenza dello statista.

Alla “Lectio Degasperiana” dal titolo “L’autobiografia di una nazione nelle lettere di De Gasperi” numerosi sono stati gli ospiti di spicco: fra questi le figlie dello statista Cecilia e Paola De Gasperi, il sindaco di Pieve Tesino Carola Gioseffi, il presidente della Provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti, il vicepresidente Mario Tonina, il vescovo mons. Lauro Tisi, le senatrici Elena Testor e Donatella Conzatti, i deputati Mauro Sutto e Martina Loss oltre al consigliere provinciale Alessandro Savoi. Hanno preso parte all’evento anche il dirigente generale del Dipartimento istruzione e cultura della Provincia Roberto Ceccato, l’ex presidente della Provincia Lorenzo Dellai oltre a numerosi sindaci. Fra le autorità militari erano presenti il comandante provinciale della Guardia di Finanza Mario Palumbo e Michele Salvo, vicecomandante del comando provinciale dei Carabinieri di Trento. Fra gli altri ospiti intervenuti il presidente della Comunità Valsugana e Tesino Attilio Pedenzini, il presidente della Comunità Alta Valsugana Pierino Caresia, il sottosegretario della Cei don Ivan Maffeis e vari esponenti del mondo politico e culturale.

Le circa trenta lettere scelte per la Lectio hanno accompagnato i presenti attraverso un viaggio nel Novecento e nella singolare parabola umana dello statista nato a Pieve Tesino nel 1881.

Il suo percorso prende inizio nei primissimi anni del Novecento, quando si assiste all’affacciarsi di un giovane De Gasperi al panorama dell’impegno civile nel contesto trentino tirolese. Appena ventenne è già punto di riferimento anche per le Società operaie cattoliche delle valli più periferiche del Trentino.

La Prima guerra mondiale segna uno spartiacque fondamentale: da una lettera inedita sappiamo che fra il 1915 e il 1917 non è mai potuto rientrare in Trentino perché gli era stato ritirato il passaporto.

Da uno spartiacque all’altro: la corrispondenza privata del futuro statista mostra il progressivo affermarsi del fascismo e la difficoltà degli osservatori contemporanei nel percepirne la portata: così De Gasperi nel luglio del 1923 rivela a Enrico Conci che “Non so che pensi Mussolini di me, ora. So che fino ad un mese fa mi riteneva, tra i popolari, un equilibrato e un acquisibile alla nuova situazione”. Lette una dopo l’altra, le lettere degli anni Venti mostrano l’incredibile coincidenza tra le sue vicende personali, quelle collettive del Paese e quelle del movimento cattolico per le quali il regime fascista, sempre più trionfante e illiberale, rappresenta un elemento di divisione. Si arriva così alle commoventi lettere dal carcere, dove a un De Gasperi che ha perso tutto sembrano restare solo gli affetti familiari e il conforto di pochi amici e ammiratori.

Uscito dal carcere dopo 16 mesi, De Gasperi è un emarginato. Si sfoga così con don Luigi Sturzo: “Vivo – come saprai – tra la famiglia e la biblioteca, all’ombra del Cupolone, ringraziando la Provvidenza d’avermi riservata almeno un po’ di pace esteriore. La pace interna difficilmente si raggiunge, quando lo spirito, abituato alla dilatazione sociale, deve venir compresso entro la sfera limitata della persona. Penoso è particolarmente il dover assistere inerti all’oscuramento d’idee che avevano illuminato tanto cammino della nostra vita.”

È un altro De Gasperi, un De Gasperi “segreto” quello che nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale scrive a Giuseppe Spataro rivolgendogli queste parole: “Io poi che ebbi in te, in tutte le occasioni un amico di una devozione fraterna e di una solidarietà costante ed effettiva, mi dichiaro tuo grandissimo debitore e ti abbraccio, pregandoti di conservarmi in tua preziosa amicizia.” Al giovane e brillante economista Sergio Paronetto scrive una lettera che dovrebbe essere studiata ancora oggi per capire le basi morali della nostra Repubblica: “Senza dubbio l’immediato domani esige lavoro ricostruttivo, ma l’antifascismo a cui dobbiamo ancora tenere non è quello impastato di rappresaglie, di bandi e di esclusioni, ma è il criterio che ci serve a identificare, misurare e giudicare gli stessi antifascisti e non fascisti.” L’antifascismo di De Gasperi non è quindi una contro-ideologia, ma un criterio democratico da osservare con coerenza e senza scorciatoie.

La corrispondenza si assottiglia un poco negli anni della guerra, per riprendere abbondante nel 1943, quando De Gasperi intraprende il percorso che lo porterà alla guida del Paese. I governi si mettono al lavoro e le lettere ripercorrono le paure dello statista, la determinazione, il senso d’urgenza, la complessità del quadro politico interno, ma anche della situazione internazionale, con la questione di Trieste più aperta che mai.

Attorno a lui si muovono amici, collaboratori, compagni di partito, avversari politici, capi di Stato e religiosi. Per ognuno De Gasperi ha parole attente, a tratti dure, a tratti capaci di ironia, come quando ammonisce un giovane Giulio Andreotti dicendo “Quando diventerete saggi, v’accorgerete che avevo ragione; ma sarà tardi”.

La parabola umana dello statista si rialza e si riabbassa ancora una volta. Quando nelle lettere inizia ad entrare il tema europeo, assistiamo ad un De Gasperi “padre nobile”, determinato a mettersi al servizio di un grande progetto collettivo. Nell’ultima lettera che scrive a Fanfani, quattro giorni prima di morire, prendendo atto che la CED, il progetto di costituire un esercito unico europeo, è destinato al fallimento, l’uomo non trattiene lo sconforto: “se le notizie che giungono oggi dalla Francia sono vere, anche solo per metà, ritengo che la causa della CED sia perduta e ritardato di qualche lustro ogni avviamento all’Unione Europea. Che una causa così decisiva e universale sia divenuta oggetto di contrattazione ministeriale proprio fra gruppi democratici e gruppi nazionalisti, che sognano ancora la gloria militare degli imperatori è veramente spettacolo desolante e di triste presagio per l’avvenire”. Solo le ultime parole rivelano una fiducia profonda nell’uomo e nei suoi destini, che è forse meno eclatante della constatazione dei tempi duri in cui De Gasperi dovette camminare, ma allo stesso appare allo studioso attento delle lettere degasperiane la costante più incrollabile di questa grande storia personale e collettiva: “Sono molto buio, e spero che forse il mio isolamento mi faccia vedere più nero di ciò che sarà. Auguriamocelo!”