Tradizioni e Costumi del Tesino

 

Una comunità che ha mantenuto tradizioni e costumi

 

“Essendo la Valle fuori di passaggio eccetto di quelli, che vanno e vengono dal Primiero e Lamone vi si conservano certe usanze che indicano molta antichità (…)” (Montebello, 1793). La citazione è ancora oggi attuale poichè il Tesino conserva alcune tradizioni non riscontrabili nelle vicine vallate.

Il BIAGIO DELLE CASTELLARE

Rievocazione storico-carnevalesca con cui la comunità del Tesino celebra attraverso uno spettacolare processo, che si tiene di norma ogni cinque anni in corrispondenza del Mercoledì delle Ceneri, la condanna e l’impiccagione del conte Biagio delle Castellare, vessatore del Tesino e della Valsugana sino al 1365. Tale rievocazione dalla tradizione secolare è ispirata ad un evento storico realmente accaduto: la sconfitta e la cattura del crudele Signore locale, il Conte Biagio delle Castellare, avvenuta per mano delle truppe di Francesco da Carrara.

La storia ci racconta che … inviato nella vicina Valsugana da Francesco da Carrara per difenderla dalle incursioni degli alleati di Carlo IV di Lussemburgo, Biagio abbandonò i suoi buoni propositi già dopo la sconfitta militare inflittagli da Siccone da Caldonazzo nel 1356. Deluso per l’insuccesso e adirato con la popolazione locale per il mancato invio di uomini, cavalli e vettovaglie a sostegno dello scontro, il Conte si ritirò per i successivi 9 anni nei castelli d’Ivano e Grigno (quest’ultimo detto anche “delle Castellare”), tormentando la Valsugana, ed il Tesino in particolare, con ogni sorta di soprusi. Un regno di terrore che durò sino al 1365 quando il despota scelse di voltare le spalle al proprio protettore, Francesco da Carrara, per allearsi con il nemico, Rodolfo IV d’Asburgo. Le truppe carraresi mossero così alla volta della Valsugana con il proposito di punire il tradimento e destituire lo scellerato tiranno.

La tradizione vuole che … una volta saputo dell’assedio in corso al maniero “delle Castellare”, i Tesini, armati di forche e bastoni, fossero giunti sino a Grigno in appoggio all’esercito Carrarese. Ciò che è certo è che la fortezza venne rapidamente conquistata, ma del Conte al suo interno nessuna traccia. Era fuggito nel vicino castello di Antonio d’Ivano! Dopo alcuni giorni di dura battaglia anche le ultime difese qui schierate capitolarono ed il Conte Biagio, Antonio d’Ivano e le loro famiglie vennero fatti prigionieri. Nonostante le insistenti richieste dei Tesini, che fremevano dalla voglia di poterlo giustiziare, Francesco da Carrara ritenne politicamente più vantaggioso tenere Biagio come ostaggio piuttosto che lasciarlo alla mercé della popolazione. Gli abitanti del Tesino furono così costretti ad impiccarne l’effigie stabilendo di celebrare periodicamente un simbolico processo per ricordare le crudeltà perpetrate dal loro Signore. Una tradizione carnevalesca che si perde nel tempo e che fa da sempre il paio con la pittoresca impiccagione del fantoccio raffigurante l’odiato Conte Biagio sulla pubblica piazza.

Il Biagio delle Castellare esprime con chiarezza esemplare alcuni dei valori originari più significativi del carnevale europeo

Queste le parole che Giovanni Kezich, direttore del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele All’Adige, ha scelto per descrivere questa secolare tradizione tesina, vera e propria rappresentazione popolare (niente attori, ma solo paesani!) che costituisce uno dei più antichi e tipici carnevali del panorama storico italiano: solo in pochissime località dell’arco alpino, infatti, si è riusciti a tramandare, senza soluzione di continuità, una tradizione che è resistita nei secoli anche ai più severi divieti e tentativi di soppressione d’ordine religioso. Tradizionalmente celebrato il Mercoledì delle Ceneri grazie ad una speciale dispensa della Chiesa, il “Biagio delle Castellare” si presenta come una rievocazione carnevalesca unica nel suo genere che ha consentito alla gente del Tesino di ritardare, per secoli, l’inizio dei rigori quaresimali.

LE VERDE, LA PIETANZA TIPICA DEL TESINO

Introdotte nei secoli scorsi dai mercanti di stampa provenienti dall’est Europa e largamente diffuse nella Conca, le verde derivano dalla fermentazione lattica di foglie di cavolo cappuccio tagliate e sminuzzate con appositi attrezzi in frammenti che vanno da mezzo centimetro ad un centimetro di diametro. Mentre i crauti sono bianchi le verde hanno un colore un po’ più scuro perché per lavorarle “sti ani” venivano usate anche le foglie verdi del cavolo, quelle più esterne.

Il tutto grazie ad una sapienza antica tramandata di generazione in generazione, fatta di tanta esperienza pratica e di conoscenza cui si aggiunge un territorio particolarmente vocato per la coltivazione del cavolo cappuccio. La capillare diffusione di questa pietanza dipende, infatti, dalla fermentazione lattica del cavolo che ne consente una conservazione prolungata durante l’arco di tutta la stagione invernale.

Il COSTUME, L’ABITO TRADIZIONALE FEMMINILE

Il costume tesino è uno dei più antichi ed interessanti dell’intero arco alpino ed è strettamente legato all’epopea dei viaggiatori ambulanti che, al ritorno dai loro lunghi viaggi in tutto il mondo, portavamo alle proprie donne da ogni dove preziosi souvenir: scialli tirolesi, granati della Carinzia e della Bohemia, panni dalla Francia e dalle Fiandre e molto altro ancora. Si vennero così a delineare, col tempo, le caratteristiche di quello che è attualmente conosciuto come il costume tesino, specialmente per quel che riguarda la parte femminile.

Le testimonianze e la bibliografia che lo documentano sono vaste e risalgono addirittura alla fine del 1700, quando il Montebello, nel suo “Notizie storiche, topografiche e religiose della Valsugana e di Primiero”, scrive che il vestito delle donne tesine è qui assai diverso dal rimanente della Valsugana… e Carl Von Lutterotti che nei primi anni ’30 dell’800 ce lo presenta iconograficamente con degli acquerelli riportandone gli elementi essenziali: cucco, pettorina, nastri, grembiule e dappè.

Seguono poi i manoscritti conservati nella Biblioteca comunale di Trento e trascritti da Narcisa Lucca nel libro “Tradizioni tesine in tre manoscritti ottocenteschi” che descrivono accuratamente il costume e le usanze delle donne tesine. Va, inoltre, ricordato l’anonimo disegnatore, ospite a Besancon, in Francia, dei fratelli Pellizzaro di Pieve che nel 1855 realizzò una miriade di disegni i quali ritraggono i pievesi nella loro quotidianità e quindi anche il loro modo di vestire che è poi divenuto costume.

Sempre a metà ‘800, fu realizzata dalla ditta Turgis editrice a Parigi ed a New York, in coedizione con la ditta Mucke di Londra, una serie di stampe intitolata “Costumes de Pieve Tesino”: di tali stampe in cui sono ben rappresentati i costumi tesini conosciamo la n. 17, intitolata “Le depart du Pays”, la partenza dal paese, che rappresenta il mercante di stampe, salutato dalla moglie e dalle due figlie al passo della Forcella mentre sta per partire per uno dei suoi viaggi, e la n. 18 “La priere pour les absens”, la preghiera per gli assenti, che rappresenta il nonno, la moglie e le due figlie raccolti in preghiera per il loro caro lontano, sempre al capitello della Forcella.

Il fatto che degli editori non tesini avessero pensato di investire sulle rappresentazioni di tali costumi la dice lunga sulla bellezza degli stessi e sulla vendibilità delle relative riproduzioni iconografiche. Altre stampe, rappresentanti un contadino ed una contadina del Tesino nel loro vestito tradizionale sono state edite ad inizio ‘800 da Vincent Zanna, editore tesino ad Augsburg, e collocate nell’allestimento della stanza da letto del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di S. Michele all’Adige. Va, infine, ricordato il testo di Santo Fietta Chioli “Notizie storico critiche intorno a Tesino ed ai suoi abitanti in generale” con particolare riguardo alle donne di Pieve e al loro vestiario, edito nel 1878.

 

ANDAR INCONTR’A MARZO

Si tratta di un’antichissima usanza che deriva da un antico rito propiziatorio che si celebrava all’inizio dell’anno agrario romano. Con il passare del tempo e con l’evangelizzazione, l’antico rito pagano divenne una festa popolare che, nel voler segnalare l’arrivo imminente del mese di marzo, iniziava dopo il tramonto e si svolgeva durante gli stessi giorni per le vie del paese.

Si andava allora “Incontr’a marzo” e con bonaria allegria venivano pubblicizzati i futuri matrimoni e si faceva dello spirito su quelli presunti. Per i matrimoni veri il tutto era affettuosamente augurale, mentre per i matrimoni scherzosi, combinati fra qualche zitella e le solite “macchiette” del paese, tale usanza si trasformava in un pretesto per far delle sane risate attraverso la pubblica descrizione dei difetti e delle virtù dei promessi sposi.

Gruppi di buontemponi con campanacci, campanelli e magari un’armonica si radunavano così all’imbrunire in una delle piazze del paese. Con loro c’era sempre una schiera di ragazzini che battevano con randelli dei vecchi recipienti di latta che portavano a tracolla.

I caporioni, che erano anche spiritosi improvvisatori di filastrocche, avevano già prescelto le ragazze che avevano manifestato simpatia per qualcuno e dirigevano la schiera del rustico coro verso le loro abitazioni. Dopo un enorme fracasso, che serviva a svegliare il quartiere, seguiva una pausa di assoluto silenzio. E allora si levava la voce del banditore che cantilenava l’antico ritornello: “Andémo a incontr’a marzo…A maridar na puta bèla…Chi èla, chi no èla?…Chi èla, chi no èla?…”

E di rimando il coro sbatacchiando campanoni e campanelli: “Chi èla, chi no èla?…Chi èla, chi no èla?…” 

Il banditore cominciava allora a porre indovinelli affinché si individuasse la “novizia”, ma fingendo di non capire il coro riprendeva: Chi èla, chi no èla?…Chi èla, chi no èla?…

Così egli doveva descrivere uno per uno anche tutti i suoi parenti declamandone qualità, vizi e virtù sempre con un po’ di malizia per il divertimento di tutti. Quando alla fine non c’era più dubbio che la sposa fosse, invece, la giovane della casa di fronte ne veniva fatto pubblicamente il nome fra gli applausi di tutti. Il banditore nel silenzio che seguiva allora chiedeva: “Chi ghe darénte da maridar?…”

E mentre la poverina intimidita aspettava che pubblicamente fosse fatto quel nome che lei forse non aveva confidato ancora a sua madre, il banditore proponeva invece tutti quelli che lei non avrebbe voluto: ubriaconi, fannulloni o vecchi scapoli decantandone i campi pieni di “teghe”, la cantina colma di patate e le centinaia di “casole” allineate sulle “breghe del casèlo”. Malgrado tutte queste ricchezze era quindi il coro, in nome della ragazza, che rifiutava. Riprendeva così imperterrito il banditore: “Chi ghe dénte? Chi no ghe dénte?…”

E più spiritose erano le proposte più cresceva l’allegria: “Chi ghe dénte? Chi no ghe dénte?…”

Infine, il banditore proponeva un altro marito, che era quello di cui la ragazza era per davvero innamorata. Il fracasso diventava allora assoluto: “Viva gli sposi! Viva gli sposi!”. Così dopo una dolce melodia suonata con la fisarmonica il fidanzamento veniva concluso.

Tale antica usanza viene tutt’oggi perpetuata da gruppi di bambini che con campanacci e altri attrezzi rumorosi percorrono le vie del paese segnalando l’arrivo del mese marzo. Un’allegra carnevalata che si traduce in piccoli doni di dolci e di caramelle da parte dei membri di tutta la Comunità.